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"Carlo Pagliarini: l'infanzia come progetto". Intervento di Valter Baruzzi

Carlo Pagliarini: l’infanzia come progetto
di Valter Baruzzi, Responsabile formazione del Centro Camina (ANCI)

Ho incontrato Carlo verso la metà degli anni ottanta. In quel periodo insegnavo in una scuola elementare e mi adoperavo nel tempo libero a organizzare attività extrascolastiche nell’Arciragazzi della mia città. Fu un incontro importante per me, di quelli che orientano sul piano politico e culturale. Ero già grande naturalmente, e già mi occupavo di infanzia ed extrascuola, ma la passione civile, la competenza e l’ottimismo con cui proponeva le sue idee, la tenacia con cui si batteva per diffondere le sue proposte educative risultavano irresistibili a chi, come me, ne condivideva l’ispirazione ideale.
[…] Credo ci sia un fondamento di verità nelle parole di Luciano Tavazza –che lo conosceva dall’epoca in cui era dirigente dell’Azione Cattolica e si scontrava col militante comunista dirigente dei pionieri- quando definiva Carlo un credente: una persona pervasa da una profonda religiosità laica, che credeva in una religione civile basata sull’utopia del servizio all’uomo. Anche in questo stava il suo fascino. Cominciai a collaborare con Carlo e per tre anni fui responsabile formazione dell’Arciragazzi nazionale. Feci poi altre scelte professionali, ma non ci perdemmo di vista.
Il dialogo è continuato a distanza e nelle occasioni, spesso erano convegni, in cui ci incontravamo. Quando Carlo morì ero in viaggio, lontano dall’Italia. Al ritorno trovai una lettera di Ray Lorenzo che mi informava dell’accaduto. Era una notizia inaspettata e venata di rabbia per il modo in cui erano andate le cose. Più tardi ripensandoci, ho capito che il profondo dolore che mi colpì assomigliava a quello che si prova quando muore tuo padre. Ma io penso a Carlo come ad un padre anche nel senso conflittuale del termine: coi padri prima o poi ci si trova in disaccordo e si discute! E lui non si tirava indietro. Quando non condividevo certe scelte di natura organizzativa o gestionale, gli dicevo fra il serio e lo scherzoso: tu sei un po’ come un profeta, perché perdi tempo in questioni di contabilità quotidiana e organizzazione minuta? Perché non lasci che le segua chi le sa fare meglio di noi? Mi turbava anche l’indignazione che lo coglieva, dopo aver incontrato interlocutori importanti (nel senso del potere), quando scopriva che non avevano capito o non erano interessati alle sue proposte. Quando poi si trattava di organizzazioni di sinistra, verso le quali nutriva una grande aspettativa, l’indignazione per questa incomprensione si tramutava in rabbia e delusione. Delusione che non condividevo per una semplice ragione: il pensiero di Carlo era innovativo e in controtendenza e non si poteva pretendere che fosse alla portata della mediocrità. La sua non era una proposta di parte, lui parlava di futuro, pensava sostanzialmente in termini di sostenibilità sociale e ambientale (anche se allora non si usavano questi termini), rivolgendosi a persone abituate ad altri … linguaggi. […] Anche noi, del resto, eravamo piuttosto analfabeti per quanto concerne i rituali, le procedure e i linguaggi del marketing e del potere. E forse non eravamo sufficientemente attenti a spiegare i vantaggi sociali (ma anche di immagine) di un’azione di promozione e di difesa dei diritti dell’infanzia, che sarebbe stato necessario meglio descrivere in termini di prevenzione dei rischi cui le comunità vanno incontro, quando il futuro che appartiene alle nuove generazioni si carica di squilibri, conflitti e violenze e non si mettono i ragazzi e i giovani in condizione di affrontarlo con fondata e qualificata speranza. Si dovevano attendere gli anni novanta e l’avvio di un forte movimento internazionale, per incontrare in Italia interlocutori più attenti e, via via, giungere alla stagione che ha portato alla Legge 285 del ’97 e all’iniziativa governativa delle Città sostenibili dei bambini e delle bambine, entrambe fortemente ispirate all’azione e al pensiero di Carlo.