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Intervento di Tulio Masoni

Tullio Masoni, Operatore del Centro Culturale di Sant'Ilario d'Enza

Per quel che posso ricordare, Carlo Pagliarini tornava a Sant’Ilario una o due volte all’anno. Mi riferisco al periodo di "storia locale" che conosco: gli anni settanta, ottanta e novanta, perché prima ho abitato altrove.
In quelle rare visite non era facile vederlo in giro; passava dal bar Cristallo e incontrava qualche compagno. Ovviamente si tratteneva dai parenti, in particolare dal fratello Mario. Quest’ultimo guidava un’orchestra di liscio: I saggi, e approfittava della presenza del fratello "in carriera" per avere consigli sulle ultime vicende del suo lavoro: « Carlo è nella Direzione Nazionale dell’Arci – diceva – speriamo che quando gli faccio sentire le mie cose non mi ‘maltratti’: è molto severo».
Negli anni settanta fu inaugurato il Circolo Arci "L.Poletti" che oggi ha sede in piazzale Marzabotto; allora si trovava in via De Amicis, vicino allo sbocco su via Roma.
In quell’occasione Carlo Pagliarini tenne, presso la Biblioteca, il discorso inaugurale. Era appassionato, pervaso da spirito militante, e tuttavia, come prescriveva la linea ufficiale del PCI, disposto al dialogo con gli avversari.
Lo conobbi meglio qualche anno dopo, quando il Gazzettino cominciò a pubblicare brani di memorie dalle quali risaltava una figura di giovanissimo partigiano e dirigente del "Fronte della gioventù"; e, assieme, un nostalgico amore per il paese scomparso, coi suoi luoghi, le sue usanze e le sue fatiche.
Pagliarini avrebbe voluto raccoglierle, quelle memorie, in un libro vero. Cose da raccontare ne aveva tante. Fatti e incontri che metteva in fila con orgoglio: Elio Vittorini, Corrado Alvaro, Rocco Scotellaro, Danilo Dolci, i dirigenti politici poi diventati leggendari. Confidò di aver perfino passato qualche giorno, subito dopo la guerra, in un rifugio "separatista".
Da Carlo Pagliarini, che aveva vissuto per intero l’avventura del Pioniere, ho sentito formulare per la prima volta l’idea che si potesse costruire, accanto a quelli dei lavoratori delle donne degli insegnanti o dei tecnici, un "movimento dei ragazzi". Non si trattava, spiegò, di aggiornare esperienze già fatte come quella, appunto, dei Pionieri; occorreva piuttosto partire dai bisogni che il fermento democratico del sessantotto-sessantanove aveva fatto esplodere nella società italiana. In altre parole, un "movimento dei ragazzi" che incarnasse, nel suo specifico, la cultura dei servizi che stava infondendo nuova vita alla società civile.
Credo sia stata una intuizione notevole; anticipatrice, pur se inevitabilmente agganciata a fermi codici di alleanza; più prossima a quanto esprimono oggi i "No-Global" (o "New-Global") che non alle pur gloriose "immagini sociali" della tradizione – che lo stesso Pagliarini onorava senza riserve - e dell’ortodossia.