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La città educativa

La città educativa
Lorella Trancossi

"...il futuro appartiene ai bambini e questo è un dato incontestabile.
Non viene però riconosciuto che i ragazzi annunciano il futuro
e possono contribuire a renderlo migliore. Da subito! "
Carlo Pagliarini

Partire da Carlo Pagliarini ha il significato di valorizzare uno dei più ostinati e brillanti assertori dell’obbligo educativo di sostenere l’idea che i bambini siano una categoria sociale e che, soprattutto siano una risorsa anzichè un problema. Vogliamo lavorare perché le idee di questo pragmatico sognatore dimostrino ancora la loro forza:
la dinamica delicata che si instaura tra un bambino e la città in cui vive non può risolversi soltanto in una cornice naturalistica: la città è un luogo formativo, un luogo di affetti e di incontri culturali, un luogo dove vivere bene, integralmente, senza cesure e con una molteplicità di prospettive.

La città educativa è una città che reinventa e valorizza le relazioni: I bambini hanno bisogno di sviluppare competenze all’interno delle proprie comunità , sia tra loro che con gli adulti e non saltuariamente, ma nella pratica quotidiana.

La città educativa è una città partecipata e una città partecipata è democratica: i meccanismi partecipativi insegnano e rafforzano la democrazia. La democrazia si impara attraverso la pratica:, non può essere insegnata.
L’idea di una democrazia forte si costruisce abitando luoghi dove le persone non sono legate solo da un contratto sociale, ma soprattutto da attività partecipate comuni: da questo si imparano i valori civili, lo scambio reciproco, la solidarietà , quello che i sociologi oggi chiamano “capitale sociale” cioè la consapevolezza dell’appartenenza a un contesto, dell’importanza delle relazioni orizzontali tra le persone, delle relazioni non gerarchiche e necessarie ma scelte e informali, dei beni condivisi come beni comuni di cui prendersi cura.

La città educativa è una città sostenibile. .Se noi intendiamo la natura come lo spazio di vita e di realizzazione dell'uomo, allora dobbiamo dire che l'uomo, per vivere bene deve essere coerente a questo ritmo della natura. Ma diciamo anche di più, che l'uomo egli stesso è momento della natura e non signore della natura. Allora da questo punto di vista c'è una dimensione di euritmia, di conformità ai ritmi della natura, la riscoperta della connessione originaria che c'è tra natura ed etica.

La città educativa non è solo una questione “da insegnanti” , anzi! Quando parliamo di città educative dobbiamo ricordarci che i bambini sono degli ottimi educatori gli uni per gli altri molto più di quanto gli adulti non riescano ad essere e dobbiamo evitare l’errore che le scuole e gli insegnati siano le risorse più importanti nel nostro discorso. Imparare e insegnare sono attività reciproche .

La città educativa assume il cambiamento nel suo straordinario valore educativo; le città hanno una storia, un presente e un futuro. Va incoraggiato il bisogno della gente, dei bambini, ad essere attori del cambiamento, ma anche a guardare al passato, ai cambiamenti che già ci sono stati nel tempo. Per questo occorre più discussione tra le persone anziane e i giovani sul futuro e sul passato.

La città educativa non relega l’educazione ai luoghi specifici, ma educa con le sue strade, con le sue piazze, con la sua segnaletica, con i suoi interventi di moderazione del traffico, con i suoi parchi, con le sue scelte urbanistiche,
L'ambiente è una forma di educazione tacita. Il processo di educazione di massa ha reso esplicito ed ha formalizzato i processi formativi proprio nella scuola, nei nidi, nelle materne, nelle elementari, dove si sono accumulati saperi e richiedono sintesi e specializzazione. Ma la formazione è azione quotidiana, un flusso costante di interazioni tra persone, fra gruppi, fra istituzioni e soprattutto l'interazione con l'ambiente.

La città educativa promuove gli apprendimenti autonomi. E’ un luogo dove i bambini possono stare insieme liberi da un controllo eccessivo, una città accessibile dove si può imparare attraverso iniziative autonome e non completamente programmate.

La città educativa è una città etica, bella perché etica, etica perché bella. Il dovere non è di per sé sacrificio. Il dovere è economico perché realizza bellezza. La bellezza e l'etica stanno insieme. L'etica ha un carattere estetico. , è una strategia di riuscita, non è un obbligo coercitivo, non un dovere morale.

La città educativa e una città del movimento più che del trasporto , perché il movimento è attivo, personale. Una città del movimento è un luogo dove non tutto è regolato da ciclabili, da semafori , da flussi determinati dal mezzo di trasporto o dall’età. Mi piace immaginare una città un po’ meno prevedibile, con qualche luogo poco definito, che riesca a tenere insieme libertà e ordine, dove le norme e i divieti siano leggibili, facilmente interpretabili, ma anche flessibili ragionevoli e che lascino qualche possibilità di trasgressione.

La città educativa non è una che vale per tutti, è complessa come l’umanità che la abita, non è sintetizzabile (trovo la sintesi un’operazione violenta). E’ capace di essere molteplice perché è un luogo dove è possibile vedere cose differenti, modi di vivere, atteggiamenti, architetture, quartieri, fiumi, ponti, strade, portici, case alte, case basse, case nuove e vecchie, in modo non riducibile ad un’unica immagine.

La città educativa è un patto aperto , che non elenca già tutto dall’inizio. Questa ossessione che abbiamo della completezza rispetto ai nostri progetti (pensiamo ai piani regolatori che spesso nascono già vecchi!) ci vincola in elementi a volte eccessivi di rigidità. Credo in un modo di procedere fondato un po’ di più sull’inventiva, sulla curiosità, su un pensiero divergente, su previsioni ragionevoli più che su progetti, che recuperino a valore l’imprevisto e il caso. Credo sia molto educativo, tra l’altro, includere sempre l’idea, anche nel nostro lavoro coi bambini, che non tutto riusciamo a prevedere e che un atteggiamento non distruttivo o disperato di fronte all’imprevedibile è molto importante.

La città educativa non mette in competizione tra loro le diverse esigenze di chi la
abita ma le promuove

La città educativa si porta dentro la necessità della cura , quotidiana non straordinaria, della manutenzione costante.
E’ importante che non si adotti un concetto consolidato, ma sempre la ricerca, la modificazione, il cambiamento. E soprattutto tallonare i fatti, gli avvenimenti, vivere in contemporaneità le ansie, i pensieri, le angustie di ogni giorno. La pelle dei bambini è molto sottile e non è possibile pensare di interrompere il canale comunicativo che li lega alla realtà.

Nei confronti dei bambini invece la parola d'ordine è «tu adulto, non devi fare niente che il bambino non sia capace di fare». Significa che non facciamo supplenza coatta , non ci sostituiamo ai bambini, e che più che trasmettere conoscenza favoriamo l'autoapprendimento e, quando occorre, facciamo prestiti di competenze.

I media si riflettono oggi nei bambini con un eccesso di metafore e simbolismi che non coincidono con un apprendimento diretto. Il bambino sta perdendo l'uso delle mani, dell'esperienza concreta che si fa intelligenza diretta. Questa perdita di una parte del corpo è una battaglia che va ingaggiata. E la partecipazione ad un progetto sulla città è operazione concreta, manuale, intelligente e visibile, molto visibile. E’ una proposta che può, forse deve anche, essere provocatoria e generatrice di «inquietudini». Essere sempre in attesa di qualcosa, fa sì che la luce non si spenga.
Anassagora di Clazomene (nato verso il 500 a.C.) : c’è un bellissimo frammento che dice che “l’uomo è intelligente perché ha le mani”

Posso ora dirvi quali sono le competenze che il coordinatore pedagogico deve avere se vuole lavorare nel campo delle progettazioni partecipate e quali sono le difficoltà più frequenti, o meglio, quelle che io ho incontrato:

Prima di tutto si lavora su una questione che , sia a livello politico che tecnico che educativo in senso stretto , coinvolge molti soggetti e molte competenze non abituate a dialogare.

La cultura della progettazione partecipata è trasgressiva perché rovescia completamente il punto di partenza (non il tecnico, non il politico, ma il cittadino o addirittura il cittadino bambino!)

La partecipazione alla progettazione e alla cura degli spazi pubblici appartiene poco alla nostra cultura.

Occorre molta formazione, ripercorrere più volte da capo le indicazioni teoriche, fare molta attenzione a non perdere di vista il valore di fondo del bambino costruttore, trafficatore e autocostruttore del suo sapere.

Il pedagogista ha il compito principale di creare una rete che si confronta e discute e condivide un linguaggio fatta di tecnici comunali, progettisti privati, insegnanti di ogni ordine scolastico, cittadini: quando succede è una grande ricchezza e possono succedere cose molto belle!

Fidarsi dei bambini: ma su questo ho già detto!
Ascoltare le loro proposte e mettere nelle condizioni gli architetti e gli ingegneri di ascoltarle, di capirle, di mediarle con i vincoli costruttivi. Può essere più semplice di quel che sembra!