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Atti del seminario di Ancona e documenti

Quaderni del consiglio regionale delle Marche
"Infanzia e diritti dalla strategia europea sull'Infanzia, alla realizzazione di progetti regionali per l'esercizio dei diritti dei ragazzi"

CARLO PAGLIARINI
Presidente Associazione Democrazia in Erba

Ho avuto modo di partecipare, qualche giorno fa, alla presentazione a Palermo del “Rapporto sulla condizione dei minori in Italia”. Il Rapporto è un documento piuttosto consistente, 500 cartelle, ed è sicuramente importante. Non è il primo. Sono stati scritti altri due Rapporti, l’ultimo dei quali sette anni fa. Col Rapporto si propone una riconsiderazione complessiva della condizione infantile in Italia. Il Rapporto è stato curato dal Centro di documentazione sui minori che ha sede presso l’Istituto degli Innocenti a Firenze, commissionato dall’Osservatorio sui problemi dei minori della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’stato scritto a più mani e propone elementi per una strategia a venire. Non è quindi una fotografia, ma un uno strumento di conoscenza offerto alle forze politiche e agli amministratori affinché se ne servano per costruire una politica per l’infanzia e l’adolescenza.
Del tutto casualmente la conclusione della stesura di questo Rapporto è coincisa con la formazione di un nuovo Governo, che potrebbe avere davanti a sé cinque anni di lavoro e potrebbe essere quindi utilizzato positivamente e da subito dal ministro LiviaTurco.
Le prime sessanta pagine del Rapporto offrono una prospettazione complessiva del problema, a cui seguono molte specificazioni relativamente alle diverse dinamiche che connotano la condizione dei minori in Italia.
Il tutto è costruito su presupposti culturali, alcuni dei quali suggeriti dal Consiglio d’Europa e dalla Convenzione diritti del bambino. Questi presupposti vengono assunti con molta forza. Si sostiene che i bambini sono cittadini oggi e non soltanto bambini che debbono essere preparati a diventare cittadini domani, anzi sono “cittadini di oggi e cittadini di domani”. Si sostiene che la condizione di vita dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti — da 0 a 18 anni — costituisce un indicatore significativo delle condizioni di vita delle nostre città e delle condizioni di vita della nostra società.
Quando si fa riferimento alla Convenzione internazionale dei diritti del bambino lo si fa ad uno strumento molto complesso, frutto di una elaborazione mondiale significativa. Questa convenzione mette insieme i problemi della tutela con i problemi dello sviluppo e fissa il sistema dei controlli e dei monitoraggi con i quali i singoli Stati si si debbono rapportare.
La prima analisi dell’applicazione della Convenzione in Italia è stata oggetto di verifica da parte di una Commissione Onu composta da dieci Paesi. Tale Commissione ha criticato in modo piuttosto serio l’Italia per per le inadeguatezze con cui si è misurata con questo impianto. E’stata lamentata la scarsa attenzione della società italiana ai diritti del bambino, la mancata diffusione del documento tra i cittadini i bambini e gli adolescenti insieme all’inadeguata preparazione professionale di quanti si occupano dei soggetti in età evolutiva rispetto alla nuova visione dell’infanzia e dell’adolescenza che la Convenzione propone e indica Quello che è significativo, è che questo rapporto e la convenzione, in qualche modo invitano a ripensare il rapporto adulti-bambini, richiamano l’esigenza di accentuare l’attenzione sui diritti del bambino. Ne deriva che va costruita una nuova cultura dell’infanzia.
Questo rilievo critico è particolarmente valido per i Paesi del Primo Mondo. Non c’è dubbio che la questione infantile, in Paesi dove il 50 per cento della popolazione è costituito da soggetti umani da 0 a 18 anni (è il caso di tutti i Paesi cosiddetti “in via di sviluppo” ), emerge dal punto di vista sociale e politico come una grande, immensa questione. In realtà come la nostra, dove i soggetti 0-18 anni non arrivano al 22 per cento, dove i bambini da 0-14 anni sono il 15 per cento, e si è aggiunto - il caso dell’Italia - il primato della denatalità e, dunque, si parla di scomparsa e non visibilità dell’infanzia. Il richiamo agli adulti assume soprattutto caratteri culturali, suggerisce l’esigenza urgente di ripensare la questione infantile acquisendo l’idea che questi sono soggetti portatori di diritti e non di soli problemi. Bambini e adolescenti vanno aiutati ad affermare i loro diritti di cittadinanza e intesi come portatori di cultura, elementi fondanti nella costituzione di una nuova etica della compatibilità e della convivenza.
Siamo di fronte a un grumo di problemi di particolare valore e significato, che pongono l’esigenza di un ripensamento radicale delle politiche sociali. Il ministro Livia Turco diceva a Palermo: “Noi faremo una nuova legge sui servizi, sulla politica dell’assistenza, e questa legge significherà anche un risparmio”. Non si dovrà andare soltanto verso un’idea di moltiplicazione della spesa ma si dovrà andare a un riassetto generale, a un riequilibrio entro il quale i bambini vanno collocati dentro una nuova struttura sociale, ed immaginati non come figli e scolari ma come bambini, facenti parte di una politica globale. L’approccio alla questione infantile comprenderà gli handicappati, la dispersione scolastica, i ragazzi che possono entrare nella microcriminalità, e, soprattutto, le politiche di territorio, perché è nel territorio che si presentano le diverse problematiche.
In questa impostazione generale e unitaria sarà compreso un coordinamento nazionale, regionale, provinciale, comunale capace di rendere operante una politica di sistema e la costruzione degli sviluppi futuri. Tutto ciò presuppone che ci ponga in relazione positiva con le nuove generazioni.
Il Rapporto presenta molti dati per quanto riguarda la condizione dei nostri bambini e alcuni dei quali sono stati già ricordati da Silvana Amati.
In Italia un milione di bambini, che vivono soprattutto nel mezzogiorno, sono esposti ad una vita di povertà. Questo nostro Paese che aveva diminuito la divaricazione delle disuguaglianze sociali, ora ripresenta, invece, un problema di disuguaglianze sociali.
Si trova di nuovo afflitto da disuguaglianze e, come succede in ogni Paese del mondo, le vittime predestinate sono soprattutto i bambini. Una parte di bambini che nascono poveri, potrebbe rimanere povera e ai margini per tutta la vita. Un milione di bambini in un Paese che avrà dieci milioni in meno di abitanti entro pochi anni è una entità rilevante. Questi bambini sono poveri perché i loro genitori non lavorano, sono disoccupati, oppure vivono in famiglie di 5-6 componenti e un solo reddito che poi è un basso reddito.
I dati della condizione infantile italiana rapportati alla condizione infantile europea non sono negativi. Il Rapporto prende posizione su questo punto rispetto ad una cultura diffusa in Italia secondo la quale noi siamo i più disgraziati, da noi non funziona niente, non si ottiene nulla, mancano tutte le cose, è un disastro, c’è il più alto numero di suicidi ecc. Alcuni indicatori negativi da noi sono tra i più bassi d’Europa, abbiamo ad esempio il numero più basso di suicidi di giovani d’Europa. Altri fenomeni, come la dispersione scolastica, presentano acutezze gravi nel mezzogiorno, ma assumono caratteri tali da poter essere affrontati e risolti.
L’evoluzione generale, peraltro, è significativa, ad esempio, negli istituti di cui si parla sempre, nel 1971 c’erano 150 mila bambini, oggi ce ne sono 35 mila.
Da parte dei media si manifestano approcci con la condizione e la cultura infantile volte alla drammatizzazione dei problemi. L’enfatizzazione delle questioni, la banalizzazione di una serie di elementi e di fattori diventa distorcente e, soprattutto, non aiuta la costruzione di una cultura innovativa della politica amministrativa basata su un rapporto solidale tra le generazioni, nell’azione comune di costruzione del futuro. Da noi fra il termine “bambino-speranza” e “bambino-futuro” c’è una scissione: il bambino emerge come problema, a volte come dramma. Secondo me, questo è un indice di decadenza culturale. Il Rapporto sostiene per esempio, che non dobbiamo limitarci a trattare il problema del bambino patologizzato, ma dobbiamo occuparci del bambino normale, cioè del bambino complesso, che vive una serie di problemi in evoluzione: il rapporto con la città, quello con la scuola, con la famiglia. Il Rapporto annuncia che il nuovo impegno di ricerca sarà dedicato alla identità dei bambini, e degli adolescenti, cioè a cosa essi sono nel concreto, nelle loro pulsioni, nei loro problemi, entro la categoria della priorità dei loro bisogni.
Abbiamo quindi analisi che offrono ai politici sollecitazioni interessanti. Da questa analisi emerge con particolare evidenza il modo in cui la spesa pubblica del nostro Paese premia, ovvero punisce le famiglie che fanno figli. Gli assegni familiari sono lo 0,8 del PIL in Italia, il 2-3 per cento negli altri Paesi europei. Una famiglia che ha tre figli dispone di un assegno familiare che incide per l’11 per cento, nelle spese che riguardano la riproduzione della specie, la media europea è il 20 per cento, in Francia al 50 per cento. La Francia analizzò il calo demografico nel momento in cui si trovava ai vertici della denatalità, come noi lo siamo adesso, e corresse le politiche sociali compresi gli assegni familiari. Fare un figlio oggi è un problema.
Abbiamo l’1,2 per cento di natalità, mentre la popolazione rimane ferma nei numeri con il 2,2 per cento. La popolazione non cala vistosamente soltanto in virtù degli apporti forniti dall’immigrazione. Quindi sono i problemi concreti che vanno affrontati mentre diventa distorcente una drammatizzazione generalizzata perché non consente di affrontare con serietà le questioni vere che ci vengono offerte da importantissime elaborazioni di carattere internazionale. Non c’è dubbio che la Convenzione internazionale dei diritti del bambino, come il documento ultimo che De Salvia citava del Consiglio d’Europa, sono delle sollecitazioni utili per il nostro Paese e si offrono come contributo per il dibattito italiano. Dibattito molto attento agli aspetti giuridici, entro una legislazione raffinata e complessa composta da150 mila leggi che bisognerebbe ridurre a 50 mila o a 7 mila come in Francia per stare più tranquilli. C’è una forte disponibilità a correre dietro al reticolo legislativo. Meno disponibilità invece verso l’inquadramento metodologico a cui ci richiamano gli atti internazionali, centrato sulla prospettazione degli obiettivi, la costruzione di itinerari, la modifica di comportamenti e politiche concrete.
All’interno di questo quadro di riferimento, quali possono essere le indicazioni che ne derivano,soprattutto per gli amministratori e i dirigenti della scuola, cioè gli istituti che assieme alla famiglia fanno agire in primis parte dei punti nodali di qualsiasi tipo di intervento verso i minori?
Credo che noi dobbiamo qualificare in tutti i luoghi l’esercizio della cittadinanza dei cittadini più giovani. Sono tre i luoghi della cittadinanza: la famiglia, la scuola, la realtà territoriale in cui vivono. Come stanno i diritti riconosciuti ai bambini all’interno di questi tre luoghi? Prendiamo a riferimento l’articolo 12 della convenzione nel quale si afferma che “Gli Stati che partecipano alla convenzione devono assicurare al fanciullo capace di formarsi una propria opinione, il diritto di esprimerla liberamente in qualsiasi materia, dando alle opinioni del fanciullo il giusto peso in relazione alla sua età e al suo grado di maturità”. Ciò dovrebbe significare che un’amministrazione pubblica non decide alcun tipo di intervento che interessa i più giovani senza consultare anche questi cittadini. Analoghe indicazioni dovrebbero valere per la vita in famiglia e, soprattutto, nella vita scolastica. Il secondo paragrafo dell’articolo 12 riduce un po’lo spettro di azione quando afferma che “a tal fine verrà in particolare offerta al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in qualunque procedimento giudiziario-amministrativo”. Questa parte riduttiva, non nega la dichiarazione di principio con la quale si prevede l’estensione del diritto di cittadinanza ai soggetti zero-diciotto anni.
Se dovessimo spingerere l’analisi culturale al modo in cui ci rapportiamo all’art. 12, di sicuro troveremmo che il nostro Paese, come molti Paesi del Primo Mondo, non è in regola. I programmi scolastici non vengono fatti ascoltando i bambini, i calendari scolastici non tengono conto dei loro bisogni, l’idea è che i bambini dentro la famiglia sono figli e dentro la scuola sono scolari. Nella prefigurazione dei piani urbanistici non si tiene conto, quasi mai, dei bambini e ciò rappresenta un limite culturale e democratico piuttosto consistente.
Ci sono 7-8 articoli della convenzione che nel rapporto vengono intesi come ipotesi di sviluppo pedagogico e perciò da assumere come riferimento per la modificazione della cultura diffusa. Il bambino non deve essere immaginato come una risorsa per gli adulti. La cultura del bambino-persona, il cui il valore originario e autonomo viene riconosciuto, apprezzato e rispettato, rischia infatti di essere soffocata dalla cultura deformata del bambino-risorsa. Il bambino è divenuto mera risorsa per quei genitori che attendono da lui solo gratificazioni personali, talvolta utopiche. E’risorsa per i mezzi di comunicazione di massa, che hanno scoperto che i casi di bambini disgraziati o devianti suscitano morbose curiosità nel grosso pubblico, e consentono aumenti nelle tirature e nell’audience. E’una risorsa, il bambino, nella pubblicità come consumatore da conquistare, e comunicatore privilegiato nella propaganda di prodotti. E’una risorsa per il mercato del lavoro che continua a utilizzarlo in clandestinità e a costi ridotti. E’sempre una risorsa per la criminalità organizzata e, in genere, per la criminalità adulta. Bambino-persona, dunque ipotesi di ricerca e di sperimentazione appassionante. Nel 1992 si tenne a Firenze, all’Istituto degli Innocenti, un incontro dei sindaci di alcune grandi città del mondo, alla fine di un progetto mondiale denominato “Bambino urbano”. Quel progetto intendeva analizzare le condizioni di vita dei bambini in alcuni grandi centri urbani, e cioè nelle grandi metropoli del Mondo, dove, a fronte di 12 milioni di abitanti, 6 milioni sono costituiti da soggetti inferiori a 18 anni.
Alla fine del convegno, quei sindaci e gli operatori sociali di quei contesti hanno scritto una frase che, a noi stessi che l’abbiamo condivisa, aveva fatto molta impressione. Hanno sostenuto che i sindaci hanno un solo alleato per cambiare la città: i bambini. I bambini non sono portatori di interessi privilegiati. Se si fa un piano regolatore entrano in ballo gli interessi forti dei proprietari delle aree e quanti sono interessati a muoversi e a dominare la città. Francesco Tonucci ripete sempre che le città sono condizionate da adulti, quarantenni, lavoratori, maschi. Pensare diversamente significa modificare completamente le cose, significa avere più spazi, un rallentamento dei ritmi di vita, luoghi di convivenza, beni per tutti non solo per i bambini.
Ed ora vengo a recuperare la mia funzione di Presidente di una organizzazione tutta nuova che si chiama “Democrazia in erba”, l’Associazione dei Consigli comunali dei ragazzi. Questa forma di attivazione dei ragazzi e delle bambine ad un esercizio di cittadinanza non è una novità.
Subito dopo la guerra di liberazione ci sono stati tentativi che hanno percorso tutti gli anni ‘50. Nuove sperimentazioni si sono affacciate alla fine degli anni ‘60. Diverse le esperienze compiute in altri Paesi europei, tutte fallite: troppo spontanee, ideologiche, esposte a strumentalizzazioni politiche dei bambini. Negli ultimi dieci anni il Paese leader su questo piano è la Francia, paese che dispone di una rilevante tradizione di educazione laica che trova origine nella Rivoluzione Francese. E’stato ripreso un lavoro connotato agli inizi ancora una volta da uno spontaneismo.
I ragazzi si sono incontrati a Parigi in due Conferenze accompagnate da battage pubblicitario. In seguito si è costruito un vero e proprio sistema, con sindaci sensibili e impegnati, un appoggio di alcuni Ministeri e un impegno diretto di persone competenti, intrecciando così un rapporto bambini-adulti propositivo e costruttivo.
In Italia abbiamo censito finora 57 Consigli dei ragazzi: probabilmente sono di più. Di regola nascono per intuizione di un sindaco.
Esistono parametri collaudati scientificamente per giudicare la partecipazione visto che ne vengono praticate diverse forme “false” attraverso la manipolazione e l’utilizzazione dei bambini come decoro (vedi la fascia tricolore e le varie retoriche attivate).
C’è falsa partecipazione laddove i bambini ripetono il discorso messo loro in bocca dall’adulto. Questi pericoli sono minori oggi rispetto alle altre epoche storiche prima citate. I ragazzi d’oggi sono più competenti, più colti, e dispongono di proprietà di comunicazione diretta del tutto ignorate dalle generazioni precedenti. Merito della scuola, merito dei mezzi di comunicazione e dell’evoluzione della nostra società. Ci sono dei risvolti negativi, ma nell’insieme — personalmente sono testimone di molti dei processi che si sono succeduti negli ultimi cinquant’anni — mi pare che si sia determinata una trasformazione profonda nel modo di essere dei bambini. Esiste quindi la possibilità, oggi, di compiere una svolta culturale che consista nell’assumere i bambini come cittadini ora e con consapevolezza e fiducia.
Sono in atto diverse esperienze, come a Fano, ma ciò che è importante è la strategia attraverso la quale si mettono in condizioni i ragazzi e le bambine (bambine che, di regola, risultano più brave dei maschietti) di effettuare una ricognizione del territorio in cui vivono, di lettura critica del territorio in cui vivono, attraverso il suggerimento di proposte innovative da far divenire oggetto di contrattazione negoziale con gli adulti responsabili.
La partecipazione alla trasformazione dei punti individuati costituirà il punto più alto di questo percorso. E’una sequenza pedagogica, di sviluppo civico. Non siamo al: “sento un bisogno, lo scrivo su carta, lo sostanzio con firma e chiedo al sindaco di procedere”. Nel nostro caso si attiva un esercizio di democrazia e di cittadinanza che è avventura, protagonismo e non accettazione passiva di marginalità e tutela.
Questa modalità di lavoro va assunta attraverso una serie di atti. Primo, l’Amministrazione decide consapevolmente, con un dibattito nel Consiglio comunale, di assumere la Convenzione dei diritti del bambino e le linee del rapporto che sarà diffuso da tutti i Comuni. Cioè io Comune decido che i cittadini più piccoli sono cittadini a tutti gli effetti e, secondo maturità e capacità, vengono coinvolti e consultati su tutti i problemi che li riguardano.
Deciso consapevolmente questo riconoscimento, il Comune attiva un percorso che consenta ai ragazzi, che avranno elaborato proposte programmatiche, di misurarsi su di esse, di farle divenire programma, di eleggere rappresentanti, di costituire un Consiglio comunale dei ragazzi che negozia con il Consiglio degli adulti desideri e propositi, attivando un esercizio del “potere”.
Dare diritto di voto ai ragazzi delle ultime classi elementari e delle medie può essere molto importante. In una seconda fase si potrà andare oltre. In Francia dopo avere consolidato i CCR ora stanno costituendo i CC dei Giovani. Estendere al basso il diritto di voto peraltro è un’indicazione già attuale in Germania; in un Land si è potuto votare a 16 anni. Nel Brasile il diritto di voto per le politiche è a sedici anni e c’è chi propone di abbassarlo a quattordici anni.
I Consigli comunali dei ragazzi saranno eletti dopo che il Comune avrà assunto una decisione consapevole al riguardo, modificando eventualmente lo statuto comunale. E’poi assolutamente fondamentale che due soggetti istituzionali entrino in relazione tra loro avendo pari responsabilità. Queste istituzioni sono il Comune e la scuola. Essi terranno conto di una distinzione: la scuola ha la funzione di dare saperi e costruisce e persegue un itinerario didattico a questo fine. L’obiettivo della scuola è di far sì che questi saperi si accumulino in modo da formare una persona che diventi matura e sia in grado di entrare nella società con consapevolezza. Il suo asse formativo è costruito a questo fine. Il Consiglio comunale dei ragazzi deve mettere in grado di fare esercitare i saperi di cui dispongono i ragazzi. Qui sta la differenza. I ragazzi entrano in relazione con l’Amministrazione locale e utilizzando le conoscenze e le competenze che posseggono. Mentre l’adulto entra in relazione con questi ragazzi come facilitatore più ancora che come educatore. L’adulto si mette a disposizione dei ragazzi per renderli capaci di esercitare le loro competenze ora. Non dice “Io so, ti aiuto e ti dico come dovresti fare”. L’impegno combinato comune di ragazzi e adulti nel CCR deve dare risultati visibili presto, differenziandosi dai percorsi scolastici che non sono finalizzati a breve ma procedono per intinerari lunghi. Da questa modalità di impegno la scuola può trarre comunque un grande beneficio: in Francia si è corso il pericolo di una eccessiva appropriazione del CCR da parte delle singole direzioni didattiche.
Dove è stato impostato correttamente il lavoro tra Comune e scuola, la scuola ha avuto dal Consiglio comunale dei ragazzi un’implementazione straordinaria della sua stessa didattica. Gli insegnanti aiutando ad analizzare l’ambiente, ad elaborare idee, a disegnare progetti hanno realizzato meglio i loro programmi. Può esistere una temporanea simbiosi ferma restando una differenziazione netta dei ruoli. La scuola deve rimanere se stessa, ovviamente, mentre il Comune deve diventare un soggetto educativo.
Oggi la funzione educativa, fatta con l’esercizio della cittadinanza, l’idea che le città sono città educative, la consapevolezza che l’educazione civica è un compito di tutto il mondo adulto, non sono idee praticate, non sono né realtà e nemmeno intenzionalità. Queste conquiste sono tutte da realizzare.
Non si può continuare a dare l’educazione soltanto a figure professionali.
L’assunzione generalizzata di azioni educative consapevoli è un riscatto culturale che deve impegnare e coinvolgere tutto il mondo adulto.
Appaiono straordinarie le realizzazioni dei Consigli comunali dei ragazzi come le iniziative che perseguono percorsi analoghi. E’in atto un’esperienza del Comune di Milano che porterà ai Consigli di zona dei bambini, laddove sono stati già attivati processi di lettura del territorio con conseguenti proposte per spazi di vita e di convivenza per ragazzi e adulti. La sperimentazione milanese ha coinvolto migliaia di ragazzi e motivato in modo nuovo gli insegnanti e soprattutto i tecnici comunali. Con un’azione di partecipazione intelligente figure professionali considerate inattive si sono riscattate incontrandosi con un’utenza viva. Il coinvolgimento partecipativo, che i bambini sanno creare con mostre, progetti e incontri, rimotiva tutti e fa emergere giustamente la funzione primaria dei professionisti.
Questo incontro ha il proposito di dare degli input. Penso che le ipotesi di lavoro che qui presentiamo vadano fatte maturare nel tempo decidendo però di partire subito, facendo in modo che si producano presto dei successi. Non possiamo esporre i bambini che incominciano un rapporto di rappresentanza ad un fiasco, sarebbe un delitto. A questo fine vanno preparati prima di tutto gli adulti. Non si possono caricare subito i bambini di compiti di cui sono potenzialmente capaci, ma che non conoscono. Ci vogliono degli adulti che impegnino una parte della loro vita sui CCR. Non persone che hanno mille cose da fare o frustrazioni di falsa partecipazione e che pertanto non danno garanzie. Secondo noi debbono essere individuate per ogni CCR tre figure. Un insegnante che ha buoni rapporti con gli altri e capacità riconosciute di trascinamento e di collegamento con la scuola. Una figura adulta, anziana, che dispone di tempo e magari ha fatto il consigliere o l’assessore, conosce la macchina amministrativa e può fare bene il facilitatore. Un animatore, cioè un operatore educativo che, pensiamo — abbiamo già cominciato a parlarne con il Ministero della difesa — potrebbe essere un obiettore di coscienza.
Ho parlato di tre figure che però possono essere coperte da più persone.
Adulti che fanno da facilitatori, da “gruppo pilota” come li chiamano in Francia e che entrano in verifica continua tra tutti gli altri adulti che nella Regione agiscono allo stesso fine. La Regione Marche potrebbe progettare una Democrazia in Erba, la formazione di queste figure adulte, facilitare viaggi di conoscenza presso altri Consigli comunali dei ragazzi italiani, francesi ed europei.
A partire da novembre comincerà a Parigi la costituzione dell’organizzazione europea dei Consigli comunali dei ragazzi e dei giovani. La Regione può dare con i CCR ai Comuni un contributo per l’innovazione e nella prefigurazione di situazioni avanzate delle quali abbiamo bisogno in Italia. Esperienze significative e riproducibili possono favorire contaminazione e trascinamento. Coniugare infanzia con dramma e problema è un’azione a perdere. Bisogna puntare di certo sulle situazioni marginali ma anche su cose belle, immaginose. Adesso si apre Minimünchen a Monaco:
due miliardi di investimento, una città intera gestita dai bambini per un mese. Entro di essa c’è la costruzione di case in miniatura, c’è l’università, un ristorante, il teatro, l’ufficio di collocamento: una città dei ragazzi che funziona ogni due anni per 30 mila bambini, un’esperienza straordinaria.
Noi non abbiamo nulla di tutto questo dal nostro Paese, non c’è “un’eccellenza” che dia entusiasmo, i bambini sono sui giornali quando vengono violentati. Un impegno innovativo può essere importante a tutti gli effetti. De Salvia parlava della questione dell’immigrazione. Non c’è dubbio che ci troviamo già in una società multietnica e i nostri bambini vivranno la loro vita in una società multietnica, vivranno in un mondo in cui alcuni Paesi avranno un peso specifico immenso: pensiamo alla Cina, tanto per fare un esempio.
L’esercizio della cittadinanza attraverso un Consiglio comunale dei ragazzi con un budget da spendere, magari di soli dieci milioni è un esercizio importante. Tra l’altro quando si avviano cose del genere, la solidarietà c’è sempre. L’idea della convivenza, delle relazioni con tutti, emerge come una caratteristica particolare dei nostri ragazzi, allorché intraprendono un percorso educativo intenzionale. Non me la sento di affermare che i bambini di per sè sono straordinari perché possono essere angeli o demoni. La questione di fondo è se si rimane inerti a fare i “guardoni” (in sede pubblica si propongono sempre degli osservatori) oppure si interviene per declinare le azioni in positivo. Io sono per la progettazione e per la verifica sistematica dei risultati. E’l’unica strada valida. Le istituzioni europee non prendono mai in considerazione una ricerca che non sia azione, che non abbia incorporata la verifica, che non sia contabilizzabile. Il piano di azione nazionale di cui parla il ministro Livia Turco, dovrà dire, in tre anni, da 35 mila ragazzi in istituto scendiamo a 30 mila. Bisogna stabilire concretamente cosa ci si propone di fare sul piano nazionale, regionale, locale.
Questo piano d’azione, che si dovrebbe costruire, si intende incorporato nella finanziaria, quindi non come una cosa a sé ma come un obiettivo del Governo. Diretto, come abbiamo già indicato, verso tutti applicando una discriminazione positiva verso coloro che hanno più problemi e più bisogni. Quanti problemi ha un bambino che sta in una famiglia composta soltanto da lui e dalla madre, tanti, anche se - è o non è la maggioranza dei casi - la madre ha un reddito medio.
Il piano d’azione deve diventare la nuova prassi. Ogni Comune avrà un piano d’azione nell’ambito del quale saranno definiti gli interventi indispensabili, prioritari, assieme ai percorsi più significativi come, per esempio, il Consiglio comunale dei ragazzi. Il piano comporterà strumenti di verifica annuale fatto enorme di per se stesso. Di regola, in Italia facciamo grandi analisi e basta. Bisogna mettere in movimento una situazione tale per cui si fissano degli obiettivi ragionevoli e via via si vede a che punto si è. Anche gli insuccessi possono essere straordinariamente positivi, perché l’analisi di un insuccesso vuol dire che va costruita una metodologia adeguata. Di certo occorrerà agire per suscitare motivazione e partecipazione creando allo scopo figure professionali adeguate. Probabilmente dovranno essere ripensati tutti i servizi, le figure professionali dovranno nutrirsi della nuova cultura dell’infanzia e dell’adolescenza.
Progettare risorse, costruire sinergie deve diventare un metodo importante della vita comunale. Il sistema delle Regioni e il Paese nel suo insieme possono attraverso una formazione attiva operare una ricollocazione di individui in un contesto più virtuoso e fiducioso.
L’idea del difensore civico presente nei documenti europei quale rappresentante dei minori a me personalmente non convince molto. Io sono per non limitarci anche nella terminologia, a difendere i diritti, ma per affermarli. Un Paese che coltiva la cultura della tutela non è il meglio del meglio. Può anche esserci una figura a cui fare ricorso, non lo escludo a priori, ma amo molto di più una proposta venuta dall’Onu qualche anno fa e applicata in un solo punto d’Italia finora, a Milano: il Comitato per il benessere dell’infanzia, cioè un organismo comunale, non un individuo delegato. Il comitato di Milano è costituito dai responsabili di tutti i servizi degli assessorati dei servizi degli assessorati del Comune, da coloro che applicano le azioni per l’infanzia, quelli che contano. Ci sono pure i vigili, le USL, il Provveditorato agli Studi, la Regione, la Provincia, le associazioni educative per un totale di 50 persone. In una realtà più piccola possono essere 20. Forze reali raggruppate attorno al sindaco, cioè il punto più alto, e ad un assessorato che può muoversi soltanto all’interno delle competenze a lui riconosciute.
Va costruita la capacità di disporre di una visione complessiva consentita da uno strumento che permette il ricalibrarsi delle figure anziché stimolare gelosie e concorrenza. Questo è un obiettivo da perseguire. Semplice? No!
Delle tre “P” indicate dai capi di Stato e dai Governo all’ONU nel 1991 in una naturale sequenza: protezione, prevenzione, partecipazione, l’attenzione adulta tende a collocarsi sulla prima. Quando si sale alla seconda, alla prevenzione, non si sfugge alla sensazione che bambini, ragazzi e soprattutto adolescenti vengano considerati pericolosi. Che cosa possono fare di così pericoloso? Quando delinquono, è perché vivono in una società delinquenziale, quando sono violentati è perché vivono in un mondo adulto di violenza. La colpa non è loro. Gli inadeguati, i pericolosi per lo più siamo noi. Lo sono le ingiustizie, le disuguaglianze, le ignavie, ma anche le disattenzioni. Quindi credo che dobbiamo credere soprattutto ad un’idea: speranza. Se coniughiamo infanzia con speranza risolviamo molti problemi per noi, per tutti.