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"Adolescenti e città: le tante facce della partecipazione". Intervento di Daniela Calzoni

Adolescenti e città: le tante facce della partecipazione
di Daniela Calzoni, Presidente Nazionale ArciRagazzi

Quando mi è stato chiesto di partecipare al Convegno di S.Ilario d’Enza ho accettato l’invito con gioia,specificando quali potevano essere le direttive del mio intervento. Non tanto portare esempi di processi di partecipazione, ma sforzandomi di provare a definire gli assi di cosa intendiamo per partecipazione, secondo quanto maturato all’nterno di Arciragazzi. Sono culturalmente in difficoltà di fronte ai termini abusati, e partecipazione è uno di questi, quando non riesco a leggere le tracce che definiscono i termini, la semantica che soggiace. Mi capita spesso, per ruoli diversi, di valutare progetti rivolti ai giovani, ai ragazzi, che parlano di "promozione della partecipazione" e quando chiedo cosa significano questi termini, attraverso quali strade si concretizzano, quali sono i confini che li delimitano, mi accorgo di causare grave disagio negli interlocutori. Probabilmente il rischio dei termini abusati in ambito educativo è quello di creare un divario tra le aspettative degli adulti e i percorsi dei ragazzi, avendo in mente noi adulti i prodotti del nostro agire, guardando subito ai risultati, senza comprendere appieno che i percorsi di crescita non sono lineari, ma sono una ricerca di senso di quello che facciamo, noi e i ragazzi.
Vorrei quindi fare uno sforzo, anche provocatorio, con voi, di porre alcuni "paletti".
Rispetto alla partecipazione o alla progettazione partecipata esiste un testo, che sta per essere pubblicato in lingua italiana a cura di Arciragazzi e Unicef, dal titolo "Children’s participation", il cui autore, Roger Hart, definisce la partecipazione come un "processo di assunzione di decisioni inerenti la vita di un individuo e la comunità in cui vive".
Come Associazione abbiamo conosciuto Roger nel 1992 a Palermo. Fu un incontro fortemente caldeggiato da Carlo Pagliarini e dall’Istituto degli Innocenti, con presenti sindaci provenienti da 15 nazioni diverse che si attivarono, attraverso un seminario, a confrontarsi sulla condizione dell’infanzia nelle periferie delle città metropolitane. Seminario che fu prodromo della "carta delle città educative" di Barcellona. Nel 1996 vi fu un altro seminario con Hart a Firenze e, successivamente, venne presentato il primo rapporto sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza del governo, a Palermo, con Livia Turco, che pochi giorni fa ricordava come l’incontro con i bambini, con le famiglie, con la realtà di un quartiere come Borgo Nuovo furono decisivi per pensare e far nascere la L.285/97. A Palermo la delegazione governativa arrivò dietro insistenza di Carlo che all’epoca era membro del Consiglio Nazionale dei Minori.
Abbiamo ripreso il filo con Roger Hart nel 2000, quando lo invitammo ad un seminario interno di Arciragazzi. Seminario molto proficuo perché pose dubbi, ampliò il dibattito oltre i lavori di Hart, discusse di partecipazione come relazione, di età evolutiva, di ruolo degli adulti.
Partendo da queste riflessioni e utilizzando la definizione sopra citata, provo ora a meglio definire il concetto di partecipazione. Innanzi tutto, si configura come processo. In quanto tale non è un prodotto, ma un percorso, sottoposto a variabili e a oscillazioni con forme e gradi diversi. La scala di partecipazione che l’autore individua prevede 8 diversi gradini, che vanno dalla non-partecipazione alla partecipazione piena e attiva delle giovani generazioni. La partecipazione non è quindi esauribile in una progettazione specifica, ma diventa asse educativo, all’interno di un contesto più ampio.
Vi è poi l’aspetto di assunzione di decisioni, il cui etimo è farsi carico della propria responsabilità, cioè riguarda una persona morale che si fa carico di sé stessa e dell’ambiente in cui vive e lo può fare solo chi si riconosce persona capace di valori e di attivarsi per il loro perseguimento. Ci si riferisce a chi possiede la capacità di lavorare con gli altri, includendo anche la possibilità di avere conflitti e la capacità di reggere il contraddittorio. Come persona morale posso decidere rispetto a come vedo la vita, a quali modelli ho in mente, a cosa voglio cambiare e in quale direzione. Costruisco legami sociali, caratterizzati dalla capacità di fidarsi. Credo che noi adulti abbiamo il dovere di fidarci dei ragazzi, di costruire con loro significati condivisi. Troppo spesso ci facciamo intrappolare dalle nostre paure, dalle nostre fobie irrazionali, da quei messaggi dei media che ci descrivono i giovani come asociali, tendenziali delinquenti. Immagine non sostanziata dai dati che emergono dalle più recenti indagini svolte sulla condizione giovanile.
Emerge, invece, dai ragazzi e dai giovani il desiderio di far parte di un gruppo, di una comunità, di essere di qualcuno e con qualcuno, di riconoscere la propria storia e di abitare in un mondo dove si era già attesi. Credo siano questi i legami che vanno rafforzati, partendo dal terreno della fiducia: favorire la libera aggregazione, sostenere il sorgere spontaneo delle richieste dei gruppi.
Se siamo capaci, con loro, di muoverci su sentieri di responsabilità e giustizia significa anche che dobbiamo decidere da che parte stare. Arciragazzi, per sua costituzione, sta con bambine e bambini, ragazze e ragazzi, trovandosi spesso a prendere posizioni anche poco comprese. A titolo d’esempio, ci siamo trovati a sostenere le ragioni di un gruppo di ragazzini che chiedevano fosse mantenuto un terreno brullo come spazio del gioco invece di costruirci un bel parchetto, come chiedevano gli abitanti adulti di quel quartiere. Lo spazio brullo è lo spazio modificabile, si presta ad interpretazioni diverse, al gioco inventato, autogestito. Al contrario, i parchi diventano frequentemente luoghi da vedere, non da godere, riempiti come sono da cartelli "vietato calpestare l’erba; vietato giocare" e sono sempre meno i luoghi dove i bambini possono giocare.
Scegliere da che parte stare significa accollarsi l’onere di spiegare agli adulti i bisogni e i desideri dei bambini, intraprendere battaglie culturali difficili, vista la diffidenza che nutriamo nei confronti delle richieste dei bambini o dei ragazzi che non erano già nella nostra mente, previste, date per scontate.
Sono riflessioni che ci portano a chiedere se la partecipazione sia possibile solo in un’associazione educativa che la individua come processo e come asse educativo del suo agire, comprendendo i rischi dell’incertezza, della gestione dei cambiamenti, del non scontato di questo percorso, delle fughe in avanti così come dei momenti fermi o di quelle che noi leggiamo come regressioni.
Quello che abbiamo visto in ormai venti anni di vita di associazione è l’importanza della relazione, giocata con adulti che accompagnano i ragazzi. La relazione educativa si rafforza quando è capace di oscillare sui confini del visibile e dell’invisibile, quando comunica che si è all’interno di un processo educativo dove il ragazzo sa che l’adulto c’è se ne ha bisogno, ma è un adulto capace di farsi da lato per far emergere le sue potenzialità di ragazza o ragazzo perché sa fidarsi di loro.
Raccogliere le richieste dei ragazzi, che, tutto sommato, non sono neppure troppe: spazi a disposizione, senza l’ingombrante presenza degli adulti, possibili attraverso un patto civico tra generazioni ed istanze diverse; no all’etichettamento che riduce i giovani ad un gruppo sociale unitario e non coglie le differenze individuali, così come all’etichettamento teso a segnalare la pericolosità dei giovani; individuare con i giovani la possibilità di raggiungere obiettivi, avendo definito i percorsi e lasciandoli liberi di costruirne altri e nuovi; no al controllo sociale dei giovani, così come emerge dalle dichiarazioni di esponenti di questo governo e che trova terreno fertile nell’immaginario collettivo degli adulti. I bambini e i ragazzi hanno diritto ad un tempo tutto loro, non deciso da altri, hanno diritto all’ozio. L’ozio inteso nell’accezione latina del termine, sia come riposo dagli affari pubblici che come calma, inattività, capacità di stare bene con se stessi, recupero del pensiero contro una logica dell’agito, di tempo libero contro un tempo occupato.
Il momento dell’ascolto e della relazione, della partecipazione, è un accompagnamento che non forza i tempi e la privacy dei ragazzi, che consente l’emergere della riflessione e la costruzione anche di un tempo interno capace di oziare.