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Intervento On.Livia Turco

Ringrazio il Comune di Pesaro, la Lega delle Autonomie, e l’Assessore regionale Secchiaroli per l’opportunità che ci hanno concesso di avere questo momento di confronto diretto con l’applicazione di due leggi quali la L. 285/97 e la L. 328/00 alla cui stesura avevamo lavorato insieme.
Ritengo sia molto utile, e mi fa molto piacere anche sul piano affettivo, poterne verificare, oggi, a distanza di alcuni anni, l’efficacia e la rispondenza ai bisogni del territorio.
Sono qui soprattutto per ascoltare. Sono convinta infatti che conosciate approfonditamente le due leggi della cui applicazione siete voi i protagonisti.
Mi limiterò quindi a fare alcune sottolineature.
Tengo molto alla legge 285/97 perché credo che ci sia una ragione del suo successo e del suo impatto positivo sul territorio, ed è il fatto che è nata da una esperienza di condivisione. È nata dopo che, con Carlo Alfredo Moro e il nascente Centro di Firenze e su proposta del Presidente dell’Arciragazzi, Carlo Pagliarini, una figura importante del mondo dei diritti dei bambini, purtroppo deceduto, si propose al Ministero della Solidarietà Sociale di presentare un primo rapporto sull’infanzia e sul adolescenza a Palermo, in uno dei quartieri più difficili della città. Devo dire che la presentazione di questo primo racconto, di questo resoconto sull’infanzia e l’adolescenza fu un’occasione di forte condivisione dell’esperienza che in quel quartiere di Palermo operatori, realtà del volontariato, famiglie, amministratori locali facevano rispetto ai diritti dell’infanzia. Ed avemmo, in quella giornata, un riscontro molto forte tra quello che era contenuto nel primo rapporto sull’infanzia e l’adolescenza e la realtà dell’infanzia in uno spaccato del nostro paese. In questo caso una grande città del mezzogiorno. Il primo rapporto sull’infanzia e l’adolescenza, curato da Carlo Alfredo Moro, fu molto importante perché ci aiutò sicuramente a costruire la L. 285/97 e a farla evolvere.
Quel primo rapporto sull’infanzia e l’adolescenza mise in risalto alcuni dati che erano poco conosciuti della realtà del nostro paese e propose per la prima volta una lettura d’insieme dei problemi dell’infanzia che ha poi consentito la nascita di una legge come la 285. E il dato di analisi molto forte che era contenuto nel primo rapporto era la profonda disparità di opportunità che nel nostro territorio esiste riguardo l’infanzia e l’adolescenza, e la denuncia altrettanto forte della povertà minorile nel nostro paese. Però in quel rapporto, e questo fu importante per costruire la L. 285/97, era contenuta anche una cultura dell’infanzia che è alla base della legge e che credo poi sia cresciuta nel nostro paese, una cultura dell’infanzia che, è già stato anticipato, mette al centro alcuni aspetti: il primo, l’importanza di considerare i bambini come soggetto in crescita e quindi di guardare all’unitarietà del processo di crescita.
E questo significa che le politiche per l’infanzia non soltanto ci devono essere, ma devono essere politiche che superano la frammentazione e la logica dell’elenco dei servizi da erogare all’infanzia, devono essere politiche che si pongono nell’ottica di un progetto di sostegno alla crescita della personalità del minore quale processo colto nella sua unitarietà. E poi la centralità del rapporto adulti-bambini, che ha alla base i quesiti su quanto, in questo rapporto, sia da modificare, da correggere, e quanto, per costruire un rapporto adulti-bambini, gli adulti devono essere sostenuti nella loro funzione educativa, siano essi genitori, siano essi educatori. Ed ancora l’importanza, quando si parla di diritti dell’infanzia, di mettere l’accento sulla qualità e sulla intensità delle relazioni umane ed affettive che caratterizzano il mondo che sta attorno al bambino. Questo ha delle implicazioni operative molto concrete: significa che vanno sostenuti tutti i mondi vitali e relazionali che sono attorno al bambino.
Altro punto importante che caratterizza la cultura dell’infanzia, e che ha supportato il successo della L. 285/97, è che siamo riusciti a non cadere nell’errore di fare una legge che fosse una legge per i bambini disagiati, separando ancora una volta il disagio dalla promozione dell’agio. Se avessimo fatto una legge per i bambini disagiati orientata, soprattutto, verso i bisogni di alcune regioni d’Italia, avremmo sancito una disuguaglianza. Mentre il punto di forza della L. 285/97, scaturito dal confronto avuto con gli operatori, col volontariato, con le esperienze degli amministratori locali, consiste nell’affermare decisamente che non si può separare il disagio dalla promozione del benessere, non si può pensare ad una legge fatta per alcune parti d’Italia e non per altre. La L. 285/97 deve essere una legge che serve a tutto il nostro paese per costruire una progettualità nuova sui temi dell’infanzia. Fino a quando ho potuto osservarla direttamente mi è parso di capire che la legge ha funzionato perché aveva al centro questa cultura dell’infanzia, perché aveva al centro questa unitarietà di indirizzo e perché ha incontrato una forte domanda presente sul territorio. A me ha molto colpito, girando l’Italia, vedere la L. 285/97 presente, anche e soprattutto, nei comuni più piccoli e non soltanto nelle grandi aree, non soltanto nelle zone più forti. Il fatto che abbia sollecitato l’associazionismo fra i comuni ha significato che di questa legge c’era bisogno. E dall’altra ha funzionato perché ha offerto una progettualità sostenuta sia dagli amministratori locali che dal Centro documentazione di Firenze. Credo inoltre che la L. 285/97 sia stata utile anche a regioni come Marche, Emilia Romagna, o Toscana, perché, oltre a incrementare la rete di servizi, già presente in questi territori, è riuscita a promuovere una metodologia di lavoro che non c’era, ed è quella del superamento della frammentazione, dell’accordo e dell’integrazione, la metodologia di lavoro del coinvolgimento di tutti gli attori, di tutti i soggetti, di tutte le risorse, per costruire una progettualità mirata e radicata nel territorio, promuovendo inoltre la valorizzazione delle professionalità sociali e del non-profit. Ovviamente questi punti di forza hanno messo in evidenza anche le inevitabili criticità poiché, nel realizzare questi aspetti innovativi, sono anche emersi tutti quegli aspetti con maggiori difficoltà.
Concludo nel segnalare il passaggio dalla L. 285/97 alla L. 328/00. Diciamo che la 285 ha sicuramente anticipato la 328 nel senso che ha posto al centro l’esigenza di una progettualità d’insieme e di una rete integrata di servizi. Ricordo che nella prima fase applicativa della L. 285/97 si discuteva proprio sul fatto che i servizi dell’infanzia non potevano essere ancora una volta come la politica “dei cento fiori”, tanti servizi, tante opportunità, tanti progetti per l’infanzia che poi rimanessero fine a se stessi. Per essere efficaci e potere davvero concretizzare la cultura della 285, che è quella del sostegno al progetto di crescita del bambino e del ragazzo e all’unitarietà di questo processo di crescita, non si poteva che integrare il percorso attuativo della legge all’interno di una rete più ampia di servizi e di opportunità. È così, che quasi naturalmente, la L. 285/97 ha richiamato il bisogno di una legge quadro che promuovesse una rete integrata di interventi e servizi con al centro la persona, la globalità della persona, il sostegno alle relazioni familiari, e che assumesse come metodo generale il metodo della concertazione, della partecipazione e dell’accordo. Sottolineo gli aspetti della partecipazione, dell’accordo e della valorizzazione del territorio perché, per fare buone politiche sociali, dobbiamo sempre di più valorizzare tutte quelle risorse nascoste che sono i saperi delle famiglie, i saperi delle persone, i saperi del volontariato, i saperi delle professionalità, e mettere davvero in moto un meccanismo di cittadinanza attiva, superando l’ottica dell’utente che acquista servizi, e mettendo al centro il soggetto protagonista nella costruzione dei servizi stessi. La L. 328/00 riguardo all’infanzia e all’adolescenza ha un duplice aspetto: da un lato richiama tutte le leggi presenti nel nostro ordinamento dalla L. 184/83 sulle adozioni, alla riforma delle adozioni internazionali, alla legge contro lo sfruttamento sessuale, alla L. 285/97 e ovviamente alla convenzione dell’ONU sui diritti dell’infanzia. Queste sono le leggi che devono ispirare la rete integrata dei servizi. Poi, però, la 328 si pone anche un altro obiettivo che è quello di creare su tutto il territorio nazionale uno standard omogeneo di servizi e di opportunità superando così le forti disuguaglianze che ci sono in termini di servizi e di opportunità, e si pone anche il problema della esigibilità dei diritti e soprattutto, per quanto riguarda l’infanzia, di garantire che i diritti siano veramente esigibili e che siano garantiti in tutto il territorio nazionale. Per questo nella L. 328/00 è stato inserito l’articolo 22 che ad una lettura superficiale può sembrare una contraddizione fra l’universalismo della legge quadro e la specificità prioritaria di alcuni interventi. La ragione è che la legge quadro deve garantire una politica universalistica per l’infanzia, ma deve garantire, al medesimo tempo, quei servizi che devono essere considerati diritti esigibili indicati nel intervento comunitario e familiare a sostegno di quei bambini che sono più in difficoltà per contrastare la loro istituzionalizzazione. Questa è una priorità assoluta che deve essere conseguita nei prossimi anni. Vi segnalo anche, lo avrete sicuramente visto, che la legge quadro è stata accompagnata dal primo piano sociale nazionale che, per l’infanzia e l’adolescenza afferma, nell’ambito delle priorità di politiche sociali, il rafforzamento dei diritti dei minori.